ONE SENSATION – Non mollare!

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“Niente di splendido è stato mai compiuto se non da coloro che hanno osato credere di avere dentro di sé qualcosa di più grande delle circostanze”.

Sette del mattino, la vita è bellissima a quest’ora; cammino, l’aria è fresca. È uno di quei momenti in cui puoi dedicarti a guardare fuori di te. Mi fermo ad osservare le persone con cui condivido questo momento. Vite, destinazioni diverse dalla mia.

Analizzare i movimenti delle mani, le espressioni, il tono di voce, le parole che scelgono. Ricostruirci intorno la vita, gli interessi, la personalità.

Amo tutto questo, amo la verità che evapora dalle piccole cose quotidiane, quella fessura che mi consente di entrare per un istante in un’altra vita. Immaginarla e assaporarla attraverso i vizi, le abitudini, i desideri da appagare.

Il mio compagno mi definisce una donna impegnativa, autonoma e intraprendente. Io ho un po’ paura a definirmi. Parlare di me mi lascia in bocca un sapore metallico, quasi una forma di falsità, che il mio pudore porta a tacere. Raccolgo in silenzio alcune gocce di me, come nel caffè le prime, più intense: so di essere una persona piacevole e sincera. Potrei diluire con del latte, aggiungere zucchero, ma perderebbero la forza.

Prendo in mano la mia penna e la fenditura sul mondo si spalanca: amo scrivere, di uno stile asciutto e diretto, parlare con gli altri apertamente, senza orpelli o frasi pronte all’uso, ascoltare attraverso lo sguardo, mettermi in discussione.

Mi piacerebbe far sognare chi ascolterà, attraverso una comunicazione mai banale.

Ci dicono che non dobbiamo smettere di credere, che non esiste un’età in cui smettere di nutrire speranze. Siamo continuamente bombardarti da aforismi e frasi motivanti su ogni tipo di supporto. Facebook, Instagram, slogan pubblicitari, Twitter. Tutto pare incitarci a lottare per ciò in cui crediamo, per quello che vogliamo raggiungere. Non importa quanto sia difficile, non importa quanto sia impervio e sconnesso il cammino. Ogni cosa pare urlare: Non mollare! Poi, però, la vita reale è un’altra cosa. È reale, appunto. È realista, oggettiva e di fronte a porte chiuse mille e più volte c’è poco da fare. Metti in dubbio ogni cosa, ogni pensiero, ogni dettaglio, ogni amore, ogni passaggio della vita.

E se non fossi all’altezza di questa vita qui? Come fanno tutti a starci così comodamente dentro? Pare tutti abbiano preso il loro posto nel treno del mondo e tu sei lì in stazione che ti guardi intorno come la gif di John Travolta e non sai esattamente qual’è il tuo. Non sai nemmeno che numero è il binario, figurati. Cerchi sui tabelloni, ascolti gli autoparlanti, ma sei confuso dal frastorno che circonda l’ambiente. Vieni spintonato e ti trovi improvvisamente seduto su un sedile di velluto domandandoti se è quello giusto. Metti in discussione. Ho preso questo perché mi ci hanno spinto genitori, parenti, amici, convenzioni, la famosa società, la paura, la solitudine, l’ignoranza, la comodità o davvero è il mio? È davvero il mio? Dubito.

È il mio ego, il pensiero maledetto che sovrasta e nasconde l’essenza?

Dov’è dunque il limite, la linea di confine, la frontiera che separa questo ego bastardo e quando invece è tutto il resto che davvero non va? Come possiamo comprendere se siamo noi ad instaurare, accendere e mettere in moto meccanismi sbagliati di per sè oppure se effettivamente ciò che ci circonda non va bene per noi?

Qualcuno dice: “smettila di chiedertelo”. Così semplice. Smettila di pensare.

E come faccio a smettere di pensare che sono nata dalla parte giusta del mondo, che i miei problemi fanno ridere i polli, poveretti, che quando ho fame posso andare al supermercato o al ristorante e mangiare quello che mi pare? Come faccio a non pensare che nel mondo bambini diventano ciechi (ciechi!) o perdono una gamba per una mina o una bomba, che bambine di otto anni vengono violentate una, dieci, venti volte al giorno, gli vengono spente sigarette addosso senza umanità, senza ritegno, senza empatia. Muoiono di Aids in un dolore incurabile. Si muore di sete o perché manca un antibiotico. Alleviamo bestiame dandogli il cibo coltivato dove le persone muoiono di fame per permettere a noi (a voi) di mangiare carne. Allucinante. Assurdo e allucinante. 

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Perché io no e loro sì? Posso permettermi il lusso di soffrire per amore. Per l’insoddisfazione. Per l’inettitudine. Per una mancanza. Per un fallimento. Per un tradimento. Per la solitudine. Sono dolori strazianti, a volte. Forse non meno intensi dei fratelli fisici. E posso permettermeli. Qualcuno non ha più nemmeno quelli. Ha perso addirittura la capacità di soffrire. Si chiama forse annichilimento. Non so come mi è uscita questa parola complessa, ma niente rende meglio l’idea. Annichilamento. No, non è un errore, si può dire in entrambi i modi. È la perdita di ogni volontà e capacità di reazione. La vedo come lo stadio supremo della sofferenza. Oltre la sofferenza. Non hai neanche più voglia di morire insomma. Perciò siamo ad un livello tale per cui devo reputarmi fortunata di provare qualcosa. Di avere il tempo e le energie per soffrire, ancora.

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Qualsiasi treno avessi scelto o sceglierò, sarà comunque comodo. Questa è la verità. Loro non hanno nemmeno la stazione. Io ho tutta una città. Posso addirittura scegliere fra sto famoso treno del cavolo, l’autobus, la bicicletta, il motorino o la macchina. Posso scegliere. Un famoso filosofo diceva che nemmeno la scelta va bene. Troppa scelta significa troppa rinuncia all’alternativa. E questo -indovinate un po’?- porta sofferenza. Ma vai a cagare va, filosofo. (A chi fregasse qualcosa era Kierkegaard).

E allora smettila di pensare: non guardare, non leggere, non ascoltare, non curiosare. Il mio compagno mi guarda ogni volta e mi dice di smetterla. Smettila di torturati. E io non posso farne a meno. Voglio capire cosa ho fatto di buono. Voglio capire cosa hanno fatto loro di sbagliato. Voglio capire perché esiste questa cattivera ingiustificata. Voglio capire. Ad ogni modo voglio FARE. Non ignorare.

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Rabbrividisco.

Perché?

Come un martello pneumatico la domanda è solo una. Semplice. Corta. Lineare.

Perché?

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Ognuno con la propria religione e la propria credenza darà una risposta più o meno sensata, più o meno razionale, più o meno banale.”La vita è sofferenza” diceva Buddha”, ed ecco la cattiva notizia. “Uscire dalla sofferenza è possibile”, ecco la buona. “Il libero arbitrio” dice Dio. “Peccare porta sofferenza e c’è bisogno di dimostrarlo”. Certo, ma ancora nessuno mi ha spiegato perché io no e molti altri sì. Perché? Perché ad alcuni vengono inflitte pene fisiche, psicologiche, mentali, pazzesche quanto assurde e io vivo tranquilla nella mia finchetta vicino al mare?

Nessuna risposta mi soddisfa. Nessuno mi appaga. Nessuno zittisce il punto interrogativo.

Al pensiero di tanta malvagità tremo e non posso fare a meno di pensare. Penso che potrei esserci io laggiù. O peggio: mia figlia. Potrebbe essere lei. E quante inutili frasi fatte. Diciamo tutti le stesse cose, ma se sono fatte, dette, ridette e ripensate, forse, un motivo ci sarà. Forse l’abbiamo pensato tutti. E se l’abbiamo pensato tutti com’è possibile che accada ancora? Ancora ed ancora. Ogni secondo. Anche adesso. Sì, proprio mentre leggi qui. Bum. Una violenza. Bum. Un sopruso. Bum. Una bomba. Bum. Un agnellino sanguinante. Bum un omicidio. Bum. Un’anziana senza cibo. Bum un acido su un viso.

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E allora torno al punto di partenza. Non mollare! Non smettere di credere che anche un granello di sabbia, anche una goccia in un oceano o qualsiasi altra metafora possa rappresentare la piccolezza di una sola esistenza che lotta contro la sofferenza, possa essere utile.

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Non mollare.

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